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botte di vino cotto

Storia

il vino cotto
vino cotto

Vino Cotto

Gli albori del Vino Cotto

Il Vino Cotto è di probabile derivazione dal popolo dei Sabini.

La leggenda narra che Pico, trasformato dalla Dea Circe in Picchio, incontrò una tribù di giovani Sabini in viaggio, alla ricerca di nuove terre, dal reatino verso l’Adriatico. Si posò sulle loro insegne, un fatto che venne interpretato come un segno della benevolenza degli dei.

I giovani Sabini seguirono quindi l’uccello fino alle rive del fiume Tronto e si stanziarono li dove l’uccello si era fermato decretando la nascita del popolo dei Piceni.

Le prime citazioni riferibili alla zona della vallata del fiume Tronto e alla coltura della vite risalgono al periodo romano, Plinio il Vecchio I sec. d.C, nella sua “Naturalis Historia” elogia la qualità dell’uva locale aggettivandola come “Generosa”.

Ottimi vini fulvi e bianco-dorati realizzati con l’aggiunta di vino moscatello, di buona consistenza, tanto che sopportano di essere trasportati per mare, che hanno la loro specifica origine nei terreni ricchi di sostanze solforose, esposti al sole e moderatamente umidi dell’Appennino”.

Cita i dettami della preparazione del vino cotto della zona: “è opera di ingegno e non di natura cuocendosi il mosto finché sia consumato il terzo della sua quantità; deve essere cotto solo quando la luna non si vede perché congiunta al sole”.

Terra vignata al tempo, il Moscatello era una delle tante varietà di vite, Uva Vacca, Mostosa, Malvasia, Montonico bianco e nero, Moscatello bianco e nero. Il Pecorino e lo Zibibbo saranno presenti in loco dall’alto medioevo.

Nelle vigne generalmente erano presenti tutti i vitigni citati e le uve lavorate tutt’assieme. Una parte del mosto era messo in botte, un’altra parte veniva bollita con lo scopo di innalzarne la gradazione alcolica per impedire che diventasse presto aceto. Plinio il Vecchio pone l’attenzione sulla modalità rafforzativa del prodotto ottenuto grazie al Moscatello, vino dolcissimo donava la parte zuccherina ed equilibrava la parte di vino più acida, donando al vino ottenuto la giusta consistenza.

Nello stesso periodo storico di Plinio, lo scrittore Lucio Giunio Moderato Columella, I sec. d.C, in “De re rustica”, fa riferimento al Vino Cotto e alla consuetudine degli imperatori Romani di berlo a fine pasto.

Nella vita della popolazione locale era parte integrante, usato in molteplici usi quotidiani, oltre a quelli del palato, ad esempio come unguento o igienizzante.

Nel 1534 Sante Lancerio, bottigliere di papa Paolo III, esalta la bonta del Vino Cotto ritenendolo di qualita tale da poter essere utilizzato nel rito sacrificale della Santa Messa.

L’utilizzo anche per scopi ecclesiastici ne incentivò il quantitativo.

Ce lo dice Andrea Bacci, filosofo e scrittore nato a Sant’Elpidio a Mare nel 1524 e deceduto a Roma nel 1600, medico di Papa Sisto V. Nel 1596 pubblicò l’importantissima opera De naturali vinorum historia, De vinis Italiae e De conviviis antiquorum”. Trattato in latino sui vini suddiviso in sette libri e nel quinto, “In Picenis”, parla dei vini del Piceno, a pag. 42. Nel capitolo XV del Libro I, descrive la produzione del vino cotto, della sapa, dell’acquaticcio e del vino novello, riferendosi proprio dell’area Picena del fiume tronto.

Nell’agro ascolano, nelle vicinanze del fiume Tronto, si producono vini molto robusti, specialmente nella zona dove le viti sono raggiunte, attraverso le aperte foci di quel grandissimo fiume, dall’aria del mare che, come già detto in precedenza, ha la capacità di regolare e perfezionare la sostanza del vino. Inoltre dalle colline esposte al sole, quelle precisamente che s’elevano dal terreno ricco di sostanze solforose presso le Tenne dell’Acqua Santa per cui l’umidità di quella regione è temperata dalla felice atmosfera naturale, provengono uve splendide che gli industri coloni coltivano badando non tanto alla quantità quanto alla loro perfezione. Con identica cura producono i vini poiché, edotti per lo più dall’esperienza e tenendo conto della fortunata posizione dei terreni, o li ripurgano appena oppure fanno bollire molto accuratamente i molti che provengono da siti più umidi e poi li versano ancora bollenti dalle grandi caldaie in capacissime botti, molto solide ed alcune addirittura di cento anni ricevute in eredità.

L’Eco del Tronto del 23 dicembre 1868, tratta in suo articolo della tradizione locale di cuocere il vino per impedirne l’acidificazione lungo la Valle del Fiume Tronto . Infatti i vini della zona pedemontana della valle hanno una bassa gradazione alcolica per via della zona climatica. A differenza delle zone con una altezza sul livello del mare sotto i 400 metri, dove i vini sono, ed erano,  abbastanza robusti  da resistere all’ossidazione del vino nel tempo.

La diffusione della cultura agricola montana si avrà in particolar modo dopo l’unità d’Italia. L’arrivo dei Savoia provocò un sentito malcontento tra i piccoli agricoltori autonomi montani anche con scontri armati. La rappresaglia non tardò ad arrivare, tanto che ad Arquata del Tronto fù chiuso il Monastero Francescano che per centinaia d’anni aveva protetto gli usi e costumi locali e ceduto in possesso al Comune ormai filo nazionale. I Comuni di Quintodecimo ed San Martino (Monte Acuto) furono esautorati e posti sotto Acquasanta Terme. Possiamo identificare questo periodo come l’inizio dello spopolamento montano locale verso la pianura o nelle Americhe.

Lo Storico ascolano Gabriele Rosa, nel secondo volume:” Disegno della Storia di Ascoli Piceno” del 1870, riporta:” Il Piceno ha eccellenti uve bianche e rosse, ma solo ora piglia ad esperimentare la sostituzione dei vini crudi accurati, ai vini cotti”.

Citato anche dal Dott. Silvio Laureti, 1900, della Cattedra ambulante del Circondario di Ascoli Piceno, nell’Opuscolo: ” I vini cotti e l’enologia picena”. Ne descrive il metodo di preparazione ma ne consiglia delle variazioni perchè utilizzando il vino di pianura, con più alta gradazione alcolica, si otteneva un prodotto poco adatto all’uso quotidiano e al consumo perchè più liquoroso.  Consiglia una metodologia di preparazione in cui al mosto cotto venga aggiunto del mosto crudo, per ottenere un vino più bevibile, il Conservato.

Il consumo di Vino era molto elevato tra le genti del territorio Piceno ed utilizzare un vino con elevata gradazione alcolica era decisamente sconsigliato. Il Vino Cotto seguiva tale prassi consolidata nel tempo, si perchè era ed è un Vino da Beva, utilizzato al pasto o negli atti quotidiani delle genti. Non era un Vino Marsalato, non lo è mai stato, è solo una nuova comunicazione predatoria nei confronti dei Prodotti Tipici pedemontani del Tronto.

Oggi, genericamente  definito come prodotto del medio Adriatico, ispira racconti e leggende, ma la sua arte millenaria si nutre nella sua terra d’Origine di una cultura millenaria e di un’ambiente unico, l’Alta Valle del Fiume Tronto.